Case, uffici, scuole e spazi pubblici continuano spesso a rispondere a modelli progettati nel Novecento, mentre il modo in cui viviamo, lavoriamo e costruiamo relazioni è diventato molto più fluido. Sul Mainstage del WMF 2026, l’urbanista Maurizio Carta ha proposto di ripensare la città a partire da questa distanza: non una smart city più tecnologica, ma una città flessibile, adattiva e capace di essere “codificata insieme”.
Se il nostro modo di vivere è cambiato così radicalmente, perché continuiamo ad abitare città progettate per vite che non esistono più?
È una delle domande che attraversano l’intervento di Maurizio Carta, urbanista e Assessore alla Pianificazione Urbanistica, Territoriale Strategica e Costiera del Comune di Palermo, sul Mainstage del WMF 2026.
Il punto di partenza è semplice: non può esserci innovazione tecnologica, digitale, industriale o manifatturiera senza interrogarsi anche sul luogo nel quale quella trasformazione avviene.
E quel luogo, per la maggior parte di noi, è la città.
Carta propone quindi di spostare il discorso sulle città del futuro da una domanda ormai consueta - quanta tecnologia possiamo inserire nello spazio urbano? - a una questione più profonda: quanto sono ancora adeguati gli spazi che abitiamo alle vite contemporanee?
Per spiegare il problema, Carta parte da una delle immagini simbolo della produzione industriale del Novecento.
A Henry Ford viene attribuita la celebre frase secondo cui un cliente avrebbe potuto avere un'automobile di qualsiasi colore, purché fosse nera. È l’espressione estrema di un modello nel quale è il produttore a stabilire ciò di cui il consumatore ha bisogno.
Quella logica è stata progressivamente superata in molti settori. Secondo Carta, però, sopravvive ancora nelle città.
Case, uffici, musei, scuole, teatri e spazi pubblici continuano spesso a essere concepiti secondo funzioni definite in anticipo: puoi utilizzarli in modi differenti, purché rimangano dentro il perimetro pensato da chi li ha progettati.
Il risultato è che molte persone oggi vivono, lavorano e costruiscono relazioni dentro spazi “pensati da altri e per altri”.
È quasi l'equivalente urbano di un abito sartoriale bellissimo ma rigido, nel quale è il corpo a doversi adattare alla forma e non il contrario.
Ed è proprio questo rapporto che Carta propone di ribaltare.
Una parte interessante dello speech guarda alle trasformazioni avvenute fuori dall’urbanistica. A partire dagli anni Settanta, architettura, moda, design e cultura hanno cominciato in modi differenti a mettere in discussione la standardizzazione novecentesca.
Carta richiama, ad esempio, gli esperimenti di Cedric Price sull’architettura modulabile e “open source”: edifici non concepiti come oggetti conclusi, ma capaci di modificarsi in funzione di chi li utilizza. Richiama anche le avanguardie radicali dell’architettura italiana e la loro riflessione sul rapporto tra città e natura, così come la moda, quando ha iniziato a mettere in discussione l’idea di un unico corpo conforme al quale adattare gli abiti.
Esperienze apparentemente lontane condividono in realtà lo stesso principio: innovare significa smettere di chiedere alla realtà di adattarsi a una struttura prestabilita e iniziare a rendere quella struttura modificabile.
Applicato alla città, significa passare da spazi che determinano i comportamenti a spazi che possono essere continuamente reinterpretati da chi li vive.
Anche la metafora tradizionale della città come organismo viene messa in discussione.
Siamo abituati a parlare di arterie stradali, cuore della città, polmoni verdi. È un'immagine che suggerisce un organismo ordinato, simmetrico, nel quale ogni elemento ha una posizione e una funzione precisa.
Per Carta, la città contemporanea è qualcosa di molto meno ordinato e, proprio per questo, molto più interessante.
È mobile, plastica, adattiva. Incorpora materiali provenienti dal passato e immagini del futuro. Viene attraversata da generazioni, culture, identità ed esigenze differenti.
“La città è un flusso di vite divergenti che l'attraversano di sensibilità, sessualità, forme di genitorialità ampie, diverse e divergenti che non possono essere contenute in un'immagine schematica”.
La città del futuro, quindi, non può essere progettata pensando a un unico cittadino medio. Anche perché, sottolinea Carta, nelle città contemporanee convivono oggi numerose generazioni contemporaneamente, ognuna attraversata a sua volta da differenze enormi.
L’“utente medio” della città, semplicemente, non esiste.
Da questa complessità nasce una delle immagini più efficaci dell’intervento.
“L’urbanista non è il direttore di un’orchestra armoniosa fatta di sintonie perfette. L’urbanista è un DJ”.
Il direttore d’orchestra dispone di uno spartito, di ruoli definiti e di musicisti che devono trovare la propria armonia all'interno di una composizione già scritta.
Il DJ lavora diversamente.
Miscela.
Spazi, volumi, storie, persone, materiali, funzioni. Lavora con ciò che già esiste e con ciò che arriva inaspettatamente, combinando elementi che originariamente non erano stati pensati per stare insieme.
È una metafora che sintetizza bene il passaggio dalla città moderna alla città proposta da Carta: non progettare ogni funzione separatamente, ma costruire le condizioni affinché funzioni differenti possano sovrapporsi.
Uno dei problemi della città novecentesca è proprio la sua divisione funzionale.
Da una parte si abita. Da un’altra si lavora. Altrove si trascorre il tempo libero.
È una separazione che ha plasmato quartieri, infrastrutture, mobilità e persino i ritmi della giornata.
Ma le nostre vite funzionano ancora davvero così?
Il lavoro entra nelle case. Gli uffici diventano luoghi di relazione e socialità. Una piazza può essere spazio di studio, sport, lavoro e incontro. Una scuola può estendersi nella strada. Un luogo culturale può diventare anche luogo produttivo o comunitario.
È qui che entra in gioco il concetto centrale dello speech di Carta: il Quarto Spazio.
Il Quarto Spazio non è semplicemente una quarta categoria da aggiungere ad abitare, lavorare e tempo libero.
È esattamente il contrario.
È la contaminazione delle categorie precedenti.
Un luogo può essere, contemporaneamente o in momenti diversi della giornata, domestico, lavorativo, conviviale, sperimentale e relazionale. La città smette così di essere una somma di contenitori e diventa una piattaforma di possibilità.
Uno degli aspetti più interessanti della visione presentata al WMF è che non rimane sul piano teorico. Carta mostra esperimenti che anticipano già questa città.
A Barcellona, alcune strade sottratte alle automobili diventano playground, palestre all'aperto, luoghi di incontro ed estensioni degli spazi scolastici. Lo spazio che prima aveva quasi esclusivamente una funzione - consentire il passaggio delle auto - ne acquisisce molte altre.
A Copenaghen, un parco multiculturale riesce ad accogliere persone appartenenti a oltre cinquanta culture e religioni differenti proprio perché non è stato progettato specificamente per nessuna di esse. Ogni comunità può appropriarsene e introdurre nello spazio una parte della propria esperienza.
A Parigi, spazi dismessi vengono attraversati da comunità temporanee e ospitano attività differenti nel corso della giornata.
A Milano, la natura entra negli uffici non semplicemente come elemento estetico, ma come componente della qualità dell'ambiente di lavoro.
Carta richiama inoltre musei più flessibili, giardini terapeutici negli ospedali e spazi culturali capaci di cambiare funzione nel tempo.
Il filo comune non è una tecnologia.
È l’adattabilità.
Per anni il dibattito sulle smart city si è concentrato soprattutto sulle infrastrutture tecnologiche: sensori, dati, mobilità intelligente, piattaforme digitali, efficienza energetica, servizi connessi.
Sono elementi fondamentali.
Ma l’intervento di Carta suggerisce una domanda ulteriore: una città può essere davvero intelligente se utilizza tecnologie avanzatissime all’interno di spazi costruiti secondo modelli sociali ormai superati?
La tecnologia può ottimizzare la città esistente. Il Quarto Spazio prova invece a modificarne il codice.
Ed è forse qui che si trova una delle questioni più interessanti per le città dei prossimi anni: l’innovazione urbana potrebbe non essere misurata soltanto dalla quantità di tecnologia disponibile, ma dalla capacità degli spazi di accogliere vite differenti e cambiare insieme a loro.
Una città intelligente, in questa prospettiva, non è soltanto efficiente.
È modificabile. Non prevede tutto ciò che accadrà, ma lascia spazio affinché qualcosa di imprevisto possa accadere. Non definisce una volta per tutte come dobbiamo vivere, ma offre alle persone gli strumenti per reinterpretarla.
Carta raccoglie questa visione nel libro La città del Quarto Spazio, presentato anche durante il suo intervento al WMF, dove approfondisce l'idea di una città flessibile, modulabile e “codificabile insieme”.
E proprio l’ultima espressione contiene forse la parte più politica della proposta.
Perché se la città può essere modificata, la questione diventa inevitabilmente: chi partecipa a quella modifica?
La città del futuro non può essere soltanto progettata per le persone. Deve poter essere costruita anche con le persone.
Per questo, alla fine dello speech, Carta invita persino ad ascoltare, ballare e suonare il Quarto Spazio.
Non è soltanto una provocazione.
È un modo per ricordare che una città non è fatta esclusivamente di edifici e infrastrutture. È fatta di corpi, relazioni, conflitti, culture, memoria, ritmi e possibilità.
E forse è proprio questa la sfida più interessante per le città del futuro: non diventare semplicemente più smart, ma diventare abbastanza flessibili da non chiedere più alle nostre vite di entrare dentro forme progettate per qualcun altro.