
In contesti di emergenza umanitaria si impara presto che curare non basta. Ci sono luoghi come Gaza, l’Afghanistan, il Congo dove la perdita di una vita umana non fa notizia, oppure viene raccontata in modo filtrato e disumanizzante. Luoghi in cui, tuttavia, la parola può essere un’estensione delle mani che curano, scuotere le coscienze, bucare il muro dell’indifferenza e ricordare al mondo che il silenzio è complicità. Lavorare come operatore umanitario oggi significa associare la parola della denuncia all’azione medica. Ma la denuncia non è semplice. Richiede rigore e coraggio istituzionale, non solo individuale. E richiede persone disposte ad ascoltare, anche quando ciò che viene detto è scomodo.















