Oggi non cambiano le intenzioni ma le tecnologie: gli studenti fanno quello che facevamo noi più o meno tanti anni fa, ma usano i modelli linguistici e questo comporta qualche differenza.
Per preparare un bigliettino da nascondere sotto il banco, il libro lo dovevamo quantomeno leggere, così da trovare le informazioni rilevanti da inscrivere nel supporto cartaceo esterno alla nostra memoria.
Con ChatGPT, invece, basta fare una domanda per avere un testo generato senza fatica, oppure scattare una foto a un paragrafo per avere subito un riassunto. Non è detto, però, che gli studenti abbiano le conoscenze e lo spirito critico necessario per riconoscere gli errori dei modelli linguistici, né la consapevolezza di quanto i riassunti prodotti non siano poi così accurati.
L’uso di questi strumenti è già però molto diffuso, nonostante le grandi criticità: alcuni studi hanno dimostrato che il ricorso all’intelligenza artificiale generativa può danneggiare l’apprendimento e le perplessità, da un punto di vista pedagogico, sono molte, anche perché le scelte tecnologiche nel settore dell’istruzione sembrano rispondere a ragioni economiche più che educative.
Non mancano però progetti di successo per educare i più giovani al digitale, come Lucy, scuola sperimentale sull’intelligenza artificiale dell’Istituto comprensivo 3 di Modena, già presentata al WMF.
Il tema dell’educazione sarà centrale anche all’edizione 2025 del WMF, in particolare con lo stage Future of Education, a cui parteciperanno, tra gli altri, Jared Lee, Chief program officer di AI-for-Education.org, impegnata nel combattere la “learning poverty”, in particolare nei paesi a basso e medio reddito, e Vlad Grankovsky, CEO di Hidoba Research, che parlerà della sperimentazione con robot umanoidi in classe.
Con la consapevolezza che non ci può essere una soluzione puramente tecnologica a questioni culturali e sociali più ampie, possiamo quindi guardare con interesse alle sperimentazioni con il digitale, per immaginare insieme l’educazione del futuro.